2007 - Specchio Alterato

specchio-alterato-salvatore-anelli-2007Io, me e gli altri miei. Costellazioni e possedimenti di un’identità generosa.

 

Fra i vari modi in cui la modernità ha avuto modo di esprimersi, sicuramente il sabotaggio dell’identità è quello che ha per noi contemporanei, moderni e post, la fragranza di durata maggiore. Primo forse fu Rimbaud intonando all’alterità la fondazione dell’essere e della soggettività in modo nuovo, catastrofico e perentorio, rimettendosi con una sola frase (“Io è un altro”), alle peregrine spoglie di una medesimezza differente eppure ugualmente frontale, scandalosamente incaricata di prendere a tutti gli effetti il posto dell’io.

Continuando con questi esperimenti -e la parola è quella giusta, poiché questo assillo era anche della scienza d’allora- bisogna ricordare i fantasmi di Maupassant che, nella clinica del Dottor Blanche, per quattro anni non seppe chi più prepotentemente albergasse nella sua mente, se lo scrittore o, appunto, l’altro. Nello stesso periodo abbiamo però anche dualità risolte. I fratelli Goncourt scrivevano felicemente i loro romanzi a quattro mani, con qualcuno che, ancora adesso, fa stime antropografiche sulla paternità dei loro testi. Assilli superati, esclameranno i critici d’arte, da sempre abituati a opere collegiali, e a selezionare pennellata da pennellata, compulsando il tocco del Maestro, da rilevare rispetto quello della sua bottega, quasi a voler riconoscere e assegnare la dignità di una cresta geologica, oltre che chimica e biografica, ai suoi conati autenticamente raccolti dall’affresco. Anche l’antichità conosceva questo assillo.

Nel mito di Sosia, il protagonista busca le botte per le malefatte del suo antagonista-medesimo, affermando pudicamente e miserevolmente che è proprio lui a subirle, poiché tutto può essere di altri fuorché il dolore fisico. Il dolore dunque accerta la paternità dell’operare. Al contrario la contemporaneità propone le seduzioni del ribaltamento, come quelle dello sdoppiamento creativo e godurioso, nelle pagine di Deleuze e Guattari ovviamente scritte in coppia, e dedicate a questo tema, che suggeriscono una somiglianza differente, come pratica schizofrenica dell’operare. Di volta in volta un gioco di interazioni, di completamenti e di sostituzioni, guida l’attitude che in queste opere di Salvatore Anelli andiamo a scoprire, con queste strategie dell’incontro che prendono il posto che un tempo è stato della tecnica di composizione. Questi incontri si sviluppano sotto il segno della discrezione, della sovrapposizione e della compresenza. Nel primo caso i due interventi “scelgono” diverse collocazioni nella superficie del quadro o dello spazio, e pacificamente convivono, come nel caso delle opere realizzate con Lucilla Catania, Fiorella Rizzo, Alfredo Romano, Giuseppe Salvatori, Elvio Chiricozzi. Nel secondo gli interventi non sono più riportabili alle identità originarie, come nelle opere realizzate con Giuseppe Gallo, Tarcisio Pingitore e Franco Flaccavento, in cui c’è una fusione dei tratti. Nel terzo caso gli interventi completano felicemente la prima opera, facendola, per così dire, vedere ancora in trasparenza, come nelle opere realizzate con Felice Levini, Vittorio Corsini, Cesare Berlingeri. Guardando in prospettiva i contributi di Salvatore Anelli e confrontandoli con la sua produzione precedente, direi che il ricorso a una serie di elementi simbolici, come le foglie o l’evocatività di colori e materiali, serva a connotare il suo contributo, semplificandolo per renderlo riconoscibile.

C’è soprattutto una complicità in queste opere, che ci fa definire pacificata la tentazione del doppio. Questo si risolve in segni dimessi, quasi come se le diverse forze ospitate da queste superfici si accomodassero in una sorta di superiore e vicendevole rispetto, in cui le individualità volentieri scompaiano. Appare invece la dispersione della paternità che, nel rifiuto dell’effetto presenza degli autori, nel rifiuto di ogni muscolosa e romantica genitura, si apre in opere sulle quali indugiamo, non tanto per comprenderne l’estetica, quanto per decostruirne il risultato. In queste più che soffermarci sulla loro portata linguistica, tentiamo di rinvenire il percorso operativo dei due autori che, in una specie di sublime enigmistica, dobbiamo ricostruire da scarsi segnali. Alla fine il percorso delineato si apre a una pratica dell’ospitalità da sempre rincorsa e auspicata da autori come Gadamer o Nancy. L’altro come se stesso, l’altro che è se stesso, diventa l’applicazione di una produttività teologale, da sempre adombrata in ogni produttività umana, che vuole perdersi e sperdersi in un’operatività spaziosa e generosa come quella del Dio, che ci lascia fare all’interno del mondo. Questa mimesi dell’operare senza guadagno, e nel disprezzo della “firma” (nessuno è più anonimo di Dio nelle sue opere, infatti si lascia confondere con la natura o l’evoluzione), mi sembra che sia l’ultimo e definitivo portato di questa proposta.

Questa si corona nel definire e incorniciare l’operatività altrui, invece della solita, noiosa, singola risoluzione compositiva dell’opera. L’artista, ma qui si potrebbe definire proponente o stratega di circostanze e trappole in cui inciamperanno l’opera e l’autore, sacrifica la gloria della sua genitura a un solista sdoppiato, con la creazione di una melodia accompagnata, di un’opera bifronte come Giano, che nella sua stratificazione tenta, con successo, l’illustrazione di un’inquietudine attuale, comune e diffusa.

Paolo Aita

Dati della mostra:

Galleria VertigoArte  -Cosenza  24 marzo  - 24 aprile 2007

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